La Repubblica (Giorgio Vasta)

venerdì 16 novembre 2018
di  NLLG

Candide America

Giorgio Vasta

La Repubblica (Robinson), 23-09-2018

Sembra un po’ l’eroe di Voltaire e un po’ un fratello immaginario di Bouvard e Pécuchet. Ma si chiama Gaspard e si muove nel mondo a caccia di stupidità. Caratteristica che non manca al presidente Usa con cùi lavora. Perché la letteratura, come accade nel nuovo romanzo del praghese Patrik Ourednik, finisce per serivere la realtà.


Per chiarirci le idee sul nuovo romanzo di Patrik Ourednik, partiamo da quanto leggiamo in copertina: La Fine del mondo sembra non sia arrivata (Quodlibet, traduzione di Andrea Libero Carbone). È un titolo, certo, ed è una dichiarazione d’intenti se non, più in generale, il manifesto di quello che è lo sguardo sul mondo dello scrittore praghese trapiantato da anni a Parigi. Ourednik sceglie un soggetto definitivo – addirittura un ragionamento sulle cose ultime, tra apocalisse ed escatologia – e subito lo attenua, lo relativizza, ne fa beffardamente opinione: la fine del mondo – cio che è irreversibile – sembra non sia arrivata. Non era altro che una diceria, poco più di una sensazione: una congettura, ma fragilissima.

Ed è proprio la fragilità di ogni produzione umana, tanto più se d’ordine culturale, a ossessionare, un libro dopo l’altro, l’immaginazione narrativa di Ourednik, da Europeana. Breve storia del XX secolo a Istante propizio, 1855, appena ripubblicato da Exorma (sempre nella traduzione di Carbone). Una fragilità, del pensiero e delle azioni che, individuati come stelle polari i flaubertiani Bouvard e Pécuchet – la loro magnifica inesauribile bêtise che ci descrive a noi stessi per ciò che siamo –, tende a manifestarsi in tutte quelle consuetudini che poco a poco slittano nei cliché che Ourednik implacabilmente cataloga. Con un passo cadenzato, tra il sillabario e la sarabanda, introducendo il suo protagonista per prendere subito dopo a divagare, Ourednik racconta la vicenda umana di Gaspard Boisvert, nostro contemporaneo sessantenne, un’origine insieme paradossale e oscura (“Il padre di Gaspard era più o meno convinto di essere ilfrutto di una notte d’amore tra sua madree un caporale dell’esercito tedesco di nome Adolf Hitler”) e poi un percorso che lo condurrà, tra le altre cose, a lavorare come consigliere, negli Stati Uniti, del “presidente democraticamente eletto più stupido della storia del paese”, occasione ulteriore per constatare che “la stupidità astuta è insopportabile. Ma la stupidità sprovvista di astuzia è spaventosa”; raggiunto questo presente “liscio e scivoloso”, Gaspard gli si oppone facendosi instabile e riottoso se non del tutto refrattario: “Se la vita deve mantenere l’illusione di un qualche contenuto, va vissuta nell’atemporalità. Rimanere fuori dal proprio tempo è il dramma gioioso di chi ha un briciolo di buon senso”.

Tra il Candide di Voltaire e il Palomar di Calvino, Gaspard osserva e medita aggirandosi in quest’“epoca dei nomi” dove una parola come “scambio”, sistematicamente intervenendo al posto di “discussione”, “scherzo” o “pèttegolezzo”, è “un segno premonitore di un’umanità pacificata”; se invece ci si rivolge al passato, si constata che i dati relativi a quella specifica fine del mondo che fu il bombardamento di Dresda del 13 febbraio1945 sono cosi opinabili da indicare un numero di morti oscillante tra 18.000 e 135.0000 (le diverse stime dipendono da chi le riferisce, dalla Croce Rossa a Die Welt al rapporto redatto dalla polizia di Dresda): anche la Storia, dunque, non è altro che incertezza e contraddizione. E allora, preso atto che forse la falsa profezia di Giovanni da Gerusalemme – “La vita diverrà un’apocalisse di tutti i giorni” – potrebbe in un certo senso essere vera (la fine del mondo è già qui, è adesso: era adesso), viene da pensare – e Patrik Ourednik sembra averlo compreso perfettamente – che dopotutto la letteratura è quella cosa che accade nel frattempo, mentre
il mondo continua a finire, ironicamente giocando con l’irredimibile fragilità dell’umano.