La Balena bianca (M. Farina)

Publié le lunedì  15 ottobre 2018
Mis à jour le martedì  15 gennaio 2019

C’era una volta la fine del mondo: intervista a Patrik Ourednik
di Michele Farina

La Balena bianca, 16 novembre 2018

Intervista concessa dall’autore per corrispondenza. Per la traduzione dal francese si ringrazia Marika Piva.


MF La fine del mondo è sempre stata una vera e propria ossessione per l’umanità: essa testimonia l’urgenza dell’essere umano di fornire una struttura narrativa al tempo, nonché di porre l’epoca in cui vive in uno snodo cruciale della Storia. Per quale motivo l’uomo non riesce a fare a meno dell’idea di un’imminente e conclusiva catastrofe. Perché abbiamo così bisogno dell’apocalisse?

PO Perché l’uomo non può consolarsi della propria vita e l’apocalisse rappresenta la fine di pene e ansie. Una conclusione, per l’appunto. A partire da un certo momento diventiamo ansiosi di sapere se la nostra vita è stata degna di essere vissuta. L’apocalisse azzera tutto. Non importa se non saremo più qui per apprezzarlo – gli uni se ne fregano, gli altri avranno il loro giudizio finale. Insomma, un sollievo per tutti.

MF Ad un certo punto di La fine del mondo ci si imbatte in un dialogo di perfida intelligenza intorno al concetto di serietà (pp. 120-122): come in altri suoi libri, tratta una serie di argomenti considerabili a prima vista di un certo impegno (democrazia, religione, guerra, cambiamento climatico, intelligenza artificiale, etc.), ma lo fa sempre con un giocoso cinismo. Sembrerebbe che lei abbia trovato ancora una volta un modo molto “serio” di maneggiare nel gioco temi sui quali parrebbe molto difficile scherzare. Mi sono sorpreso molte volte a sghignazzare durante la lettura, rendendomi conto subito dopo che si trattava di ghigni dal retrogusto quasi sempre amaro…

PO Sul serio?

MF Spesso il suo umorismo è generato dall’attenzione che dedica alle forme cristallizzate del linguaggio, come la propaganda, le pubblicità, i detti popolari, le forme idiomatiche, gli inni nazionali, i proverbi etc., e anche ai clichè della comunicazione. Sembrerebbe che non appena ci si concentra un po’ di più sulla maniera in cui parliamo, scriviamo e pretendiamo di comunicare con le altre persone, ecco che allora le nostre parole subito ci denunciano come creature stupide e contradditorie. L’incomprensione è la vera base della comunicazione? Il linguaggio è un’arma a doppio taglio?

PO «Nominare male le cose, è partecipare all’infelicità del mondo», diceva Camus: sottoscrivo in pieno. La lingua è la prima arma di ogni tentativo totalitario, sia esso politico, sociale o mediatico: quando un’istituzione si arroga il diritto di dire verità esclusive, costruisce la propria lingua di legno, più o meno efficace secondo i casi. Al contempo, la lingua costituisce la sola risorsa che possediamo per resistere all’abbrutimento generale: nominare bene le cose ci permette di pensare, o, quanto meno, ci permette di pensare che pensiamo. La sola libertà che l’uomo possa raggiungere è la coscienza della propria solitudine, della propria illeggibilità. Per quanto sia intelligente e chiaroveggente, rimane prigioniero di una miriade di pregiudizi che gli sono stati inculcati dalla sua epoca, estrazione sociale, percorso di vita, incontri. Si crede libero perché è cosciente della sua dipendenza – ed effettivamente si tratta di una forma di libertà – ma non si va oltre. Può realmente comunicare solo con se stesso. Come diceva Jean Rostand – cito a memoria –, ogni uomo è mio fratello finché non parla.

MF La storia di Gaspard Boisvert è frammentata senza sosta da diagrammi, immagini, barzellette, classificazioni, brevi dialoghi e frasi ricorrenti. Questo procedimento di montaggio tra narrazione e altri generi del discorso garantisce a chi legge un’esperienza vivida e stimolante. Qual è la funzione della digressione nel dare forma alla struttura di questo libro?

PO La vita non è una continua digressione? Un vano tentativo di raggruppare tutto e il contrario di tutto in un insieme che dovrebbe avere senso? E che non ce l’ha mai?

MF Uno dei tratti specifici del suo stile è l’umorismo, che le permette di “mantenere le distanze” rispetto all’oggetto d’osservazione: ciò contribuisce a rendere la sua scrittura demistificante e liberatoria contro facili certezze, stereotipi e assolutismi. Credo inoltre che il modo in cui lei riesce a svincolarsi da riferimenti troppo diretti alla nostra situazione contingente renderà, come scrive, il suo libro «attuale anche dopo gli eventi» (p. 40), e questa è una caratteristica dei grandissimi – penso a scrittori come Orwell e Swift –, ma in fondo anche il suo libro sembra suggerire qualcosa sull’importanza del non essere troppo contemporanei: «Rimanere fuori dal proprio tempo è il dramma gioioso di chi ha un briciolo di buon senso» (p. 49). Quanto è importante per uno scrittore essere, almeno in parte, fuori dal proprio tempo?

PO Ignoro cosa sia importante per uno scrittore. Per un uomo in generale, sì, una distanza rispetto al proprio tempo credo sia salvifica. È un’illusione come un’altra, ma può dargli l’impressione di essere sfuggito al peggio – o almeno l’impressione paradossale di aver vissuto la propria vita.